Villa da Schio

In base al testamento di Ottavio Trento nel 1812 il complesso delle ville da Schio sono pervenute per via ereditaria a Giovanni da Schio, cui aggiunse poi “il grottino” Garzadori. Attualmente tutti gli edifici sono collegati fra loro dallo scenografico giardino d’accesso. Il giardino fu progettato per la famiglia Trento ancora all’inizio del 700 ove erano ospitate numerose serre per la conservazione invernale delle piante di agrumi. La formazione a gradoni e terrazzamenti venne realizzata per tappe, in quanto il terreno saliva verso la pieve antica di San Mauro in modo graduale, ma continuo. Già nelle mappe austriache della prima metà dell’800 si apprezza la distribuzione delle piante secondo linee armoniche di un giardino filosofico, ma si deve all’intervento dell’inizio del XX secolo la ristrutturazione che ingloba anche la parte del parco originariamente autonomo della villa Trento da Schio. Il parco articolato su cinque livelli terrazzati, collegati da scalinate in pietra e arricchiti da siepi di bosso, fontane antiche e statue, sale obliquamente verso il colle. Tra le statue, molte provengono dalla bottega dei fratelli Marinali. In alto si apprezza il felice posizionamento centrale di Nettuno, collocato sulla sorgente d’acqua omonima, mentre più in basso appare una figura femminile riferibile a Venere, che con una mano si copre un seno e con l’altra tiene un delfino. Pur essendo realizzato in epoca recente la scenografia e la puntuale posizione del decoro artistico ne fanno un’opera che rispecchia in modo convincente quel settecentismo dal piacevole e stupefacente effetto scenografico. Più in alto tra figure allegoriche e superata la scalinata di curiosi nani in pietra, che portano un tocco originale e ironico all’ambiente formale del giardino si arriva alla villa padronale, con la facciata a mezzogiorno. Attorniata da due logge a colonne ioniche poggianti su di una ricca balaustrata presenta una leggiadra gradinata ornata da figure di nani grotteschi e bonari. Si entra dapprima nella Loggia del Ficus, che ospita un raro esemplare di ficus repens, ormai diventato parte integrante della struttura, mentre nelle sale interne spicca una sala affrescata a finte architetture, abbellita da un soffitto ligneo a riquadri dipinto a motivi naturalistici come fiori, uccelli e vasi. Villa Garzadori da Schio ha un andamento irregolare per seguire l’andamento roccioso del terreno. Una prima parte si trova davanti alla parrochiale antica di San Mauro e separata dal sagrato dall’ampia scalinata d’accesso al colle. Eretta nel 1690 dal conte Alfonso Garzadori, chiamata in origine la "Delizia", è conosciuta come "Grotta del Marinali", poiché in essa il famoso scultore vicentino vi lavorò dando forma a numerose statue da giardino, alcune delle quali ancora in loco nelle ville e nel parco sottostante. La villa fu acquistata in condizioni molto precarie nel 1837 da Giovanni da Schio che allargò così la sua proprietà e riuscì poi a ripristinare l’antico arredamento plastico. La semplice facciata sottesa da un timpano triangolare, presenta un ingresso centrale e una coppia di finestre ai lati, due delle quali cieche, per assolvere una funzione esclusivamente decorativa. L'interno in parte scavato nella roccia del colle venne ornato mirabilmente da Orazio Marinali che ne fece il suo laboratorio e vetrina per le sue opere, collocate nella sala principale all’interno di nicchie. L’ambiente è rinfrescato da una comunicazione con un grottino adiacente scavato dal famoso scultore per estrarre la pietra da lavorare. Per tale ragione il complesso edificio ha anche il nome di grottino Marinali. Il decoro venne ulteriormente arricchito dal pittore Ludovico Dorigny (1654-1742) che lavorò sulle pareti per creare un curioso ambiente che facesse da anello di congiunzione tra l’opera dell'uomo e l'opera della natura. Si è pervenuti così ad un’armonica integrazione tra natura, arte scultorea e pittorica con una resa di spettacolare scenografia, in cui non si percepisce il limite tra l’opera dell’uomo e della natura finalizzato a stupire l’osservatore. Più in piano e defilata sulla destra rispetto a questo gruppo di edifici vi è Ca’ Molina, che prende il nome dagli antichi proprietari, i Molin, che nella seconda metà del 600 la cedettero ai Trento. Presenta una facciata cinquecentesca molto sobria ed essenziale nelle sue linee, che sottintendono un’opera incompiuta, con rimaneggiamenti neoclassici del secolo successivo. Nello spazio retrostante è presente la famosa cantina scavata nel monte ove veniva conservato il vino. Le cave furono sempre adibite alla conservazione delle derrate alimentari grazie al clima fresco, asciutto e costante, proprio per questo motivo Alvise da Schio vi introdusse all'inizio del novecento la coltivazione dei funghi commestibili, ancora oggi le cave sono adibite a Fungaie.

Torna in alto