UN SANTO FRANCESE A LUMIGNANO: SAN TEOBALDO I colli Berici per la loro conformazione naturalistica-geologica erano particolarmente adatti ad una vita contemplativa. Il fascino di una natura incontaminata, la ricchezza di grotte e rifugi naturali, l’asperità dei luoghi avevano fatto di Lumingnano e dintorni un’oasi privilegiata per uomini di spirito elevato. Non è un caso che i santi titolari di chiese e di oratori siano eremiti o monaci come S. Cassiano, S. Mauro, S. Maiolo, S. Teobaldo. E’ proprio di quest’ultimo, di Teobaldo, che ci occuperemo, anche perché, come si sa, esiste proprio a Lumignano un oratorio ad esso dedicato. Teobaldo di Provins, nacque nel 1033, figlio di Arnolfo, conte di Champagne. Sin da giovane rimase attratto dalla vita ascetica dei padri del deserto e degli eremiti, desiderando emularli e quando suo padre gli propose di guidare una compagnia di soldati in una guerra locale, egli garbatamente si rifiutò, rispondendo che aveva fatto voto di abbandonare la vita mondana. Il conte padre si trovò spiazzato da questo proposito, ma alla fine acconsentì, cosi Teobaldo in compagnia dell’amico scudiero Gualtiero entrò nell’abbazia di Saint-Remi a Reims, e in seguito, vestiti da mendicanti, i due vagarono nel nord della Francia fino a stabilirsi in un luogo solitario nella foresta di Pettingen (oggi Lussemburgo), dove costruirono due piccole celle ed iniziarono a camminare scalzi, patendo il freddo, il caldo, la fame e la fatica. Si guadagnavano da vivere offrendosi per qualsiasi lavoro disponibile: furono muratori, contadini e carbonai, pregando incessantemente notte e giorno. La fama della loro santità portò molti pellegrini e penitenti a chiedere loro consigli e preghiere, ma finirono per disturbare la loro quiete. Iniziarono così i loro pellegrinaggi, si recarono a Santiago di Compostela, a Roma e in altri santuari italiani. Nel 1057 decisero di intraprendere un pellegrinaggio in Terrasanta, ma sulla strada per Venezia, Gualtiero si ammalò. A questo punto, più che la storia, entra in gioco la tradizione, che non trova però, riscontro nelle “Vitae” di S. Teobaldo. Secondo questa i pellegrini si sarebbero rifugiati presso l’eremo di San Cassiano di Lumignano e da lì poi si sarebbero trasferiti a “Sallaninga”, l’attuale Sajanega nei pressi di Sossano. Qui si stabilirono in una cappella in rovina nel bosco. Dopo due anni Gualtiero morì e Teobaldo permise ad un gruppo di discepoli di unirsi lui. Il vescovo di Vicenza, Sindicherio, in modo che potesse guidare meglio la sua comunità, l’ordinò presbitero e, su consiglio dell’abate Pietro di Vangadizza, monaco, conducendo sempre vita eremitica. Il suo soggiorno a Sajanega durò nove anni (1057-1066) con concorso entusiasta del popolo, e la sua fama si diffuse in tutta l’Italia settentrionale. Teobaldo fu colpito da una grave malattia, forse lebbra, e morì nel 1066. Appresa la notizia della morte, una moltitudine accorse al funerale e dalla “Vita S. Theobaldi eremitae” si apprende che: “Clerus omnis, plebs urbana et rustica…armati et inermes, iuvenes et senes, non solum ad urbe, sed etiam a vicina castris eruperunt… (Tutto il clero, i cittadini ed i contadini…guerrieri e inermi, giovani e vecchi, non solo dalla città ma anche dai vicini castelli accorsero…). Tra queste terre incastellate vi era sicuramente Costozza e Lumignano. Se in più pensiamo che la tradizione monastica era viva ed operante a Lumignano tramite i priorati cluniacensi esistenti nella parrocchiale di S. Maiolo, non c’è da stupirsi che a questo eremita sia stato eretto un oratorio proprio in queste zone. Già in passato infatti un oratorio sorgeva presso l’antica chiesa parrocchiale di S. Maiolo. La prima memoria di esso risale al 1363, come scritto dallo storico vicentino Gaetano Maccà, ed è riconducibile ad una investitura fatta dal vescovo di Vicenza di un pezzo di terra “in villa Lumignani prope (vicino) Ecclesiam Sancti Tibaldi”. In seguito a causa di una infiltrazione di acqua, l’oratorio fu demolito ed al suo posto eretta una piccola colonna commemorativa, ora non più esistente. Nel 1716 il canonico padovano Annibale Barbi Soncino, che aveva dimora nel “Palazzo Bianco” essendo subentrato ai precedenti proprietari, i nobili Dottori, ricostruì il nuovo oratorio dalla raffinata facciata attestato al muro di cinta del palazzo. Sopra l’ingresso, all’esterno venne posta una iscrizione che dice: “Sacellum hoc/ prope parochialem ecclesiam olim erectum/ in honorem S. Teobaldi partritii senonenses/ praesbit, et eremitae in loco Salanicae/ et nunc eremitorum D. Cassiani noncupatum/…” (“Questo sacello/ eretto una volta vicino alla chiesa parrocchiale/ in onore di S. Teobaldo patrizio francese/ sacerdote ed eremita nel luogo di Salanica/ ed ora non partecipante degli eremiti di D(ominus). Cassiano/…”) L’edificio esternamente è molto sobrio, però è ravvivato da una facciata di tipo rinascimentale con lo stemma gentilizio, il rosone e la cornice dell’iscrizione che gli conferisce un’impronta manieristico-barocca. Sul coronamento del frontone, al vertice, c’è Cristo che regge il globo, fra S. Pietro a destra e S. Paolo a sinistra. L’interno attualmente non è visitabile e, stringe il cuore a dirlo, il tutto è abbastanza trascurato. Ritornando al nostro santo Teobaldo, fu canonizzato da papa Alessandro II nel 1073 ed è venerato come patrono dei carbonai. É interessante notare che per quest’ultima caratteristica, durante il Risorgimento italiano, era considerato dai membri della Carboneria protettore delle società segreta. Attualmente le spoglie sono conservate presso la Chiesa Arcipretale di S. Giovanni Battista di Badia Polesine, trasferite dall’Abbazia della Vangadizza nel 1810, anno della soppressione del monastero camaldolese da parte di Napoleone.