Villa EOLIA

La struttura cubica simile a una torre d’angolo della piazza di Costozza nasconde un antico tempietto solitario del XVI secolo, una delle poche costruzioni di quell’epoca ancora esistenti nel territorio veneto. Fu eretto nel 1560 da Francesco Trento, al limite del giardino all’italiana del palazzo ereditato da suo padre Girolamo, figlio di Giacomo Morlini Trento, che l’aveva acquistato dai Fiocardi. Dell’antica magione posta qualche passo verso oriente, non rimangono che poche vestigia, ma quello che oggi si apprezza ha sempre note stupefacenti.

La peculiarità della costruzione sfrutta le precedenti geniali intuizioni dei Trento ben evidenziate nella vicina villa Carli, ma in questo caso il percorso delle condutture (ventidotti) era davvero molto lungo per portare l’aria fresca ovvero il vento dalla sorgente d’aria, dall’interno della grotta ai piedi del monte, fino alla propria dimora. Il sistema di rinfrescamento era stupefacente e lo descrisse anche Andrea Palladio nel suo primo libro di Architettura, chiamandoli ventidotti, ovvero condutture del vento. Sono gallerie percorribili anche da un uomo in stazione eretta fatte in muratura e pietra con il soffitto a volta. Si è calcolato che il tunnel di congiunzione con il tempietto sia lungo poco meno di duecento metri. Adeguate saracinesche anaolghe a quelle di villa Carli dovevano essere presenti per poter regolare la portata dell’aria e del fresco all’interno di questi ambienti per avere un clima appropriato: fresco d’estate e temperato d’inverno (secondo gli standard dell’epoca).

La struttura è suddivisa in due parti separate anche se ora sono congiunte da una doppia scalinata di costruzione recente che ha consentito (finalmente) di poter usufruire della porta d’accesso orientale, che prima si apriva nel vuoto. Nella parte inferiore sopra la porta una iscrizione ci annuncia che stiamo per entrare  nell’Aeolia ove un massiccio rivestimento di pietre fa pensare di essere all’interno di una grotta, in cui invece deliziose rifiniture ribadiscono la qualità della costruzione. Il pavimento è un mosaico di ciottoli colorati di fiume disposti a disegni geometrici e distribuiti secondo la rosa dei venti in otto spicchi, all’angolo dei quali corrisponde il nome di un vento trascritto in latino. Un alto cornicione in pietra lavorata sostiene la cupola che termina su un ampio rosone da cui si apprezzano i colori degli affreschi della sala superiore. Da un lato si apre una finestra verso l’esterno e dal lato opposto si apre la bocca del ventidotto. Viene anche detto “carcere del vento” per la possibilità di governare il flusso dell’aria.

Salendo la scalinata si ginge alla coloratissima sala di Apolline, ove il soffitto, probabilmente affrescato dal Manganza e dal Fasolo, attira subito lo sguardo. Sono rappresentati in otto riquadri i pianeti e il sistema solare dell’epoca: Apollo o il sole, Marte, Giove, Saturno, Venere, Mercurio, e sulla stassa parete gli amorini che costituiscono un necessario pendant a una Selene completamente nuda. Al centro troviamo Prometeo con la fiaccola in mano, simbolo dell’intelligenza sottratta agli dei e portata agli uomini. Viene rappresentato con la barba, come il padrone di casa, a cui si vuole sicuramente alludere. Gli ospiti ne rimanevano stupiti ed incantati tanto da costituire una cerchia di illustri compagni di divertimento con battute e scritti salaci che sono rimasti. Era un punto di ritrovo per comporre e trastullarsi.

Ultimamente è stato ricongiunto con il lungo colonnato di accesso che era separato da strutture fatiscenti, che una volta tolte hanno dato respiro e un giusto approccio alla singolare “gloriette” che rappresenta l’Eolia.

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