Chiesa di Santa Sofia

UNA CAPPELLA (FORSE) BIZANTINA A COSTOZZA LA CHIESA DI SANTA SOFIA Nella piccola piazza, un tempo denominata della Fontana, ora del Volto, esiste da tempo immemore una piccola chiesa: la chiesetta di Santa Sofia. Su di essa scriveva Gaetano Maccà, l’abate storico vicentino, vissuto tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, nella sua Storia del Territorio Vicentino: “E’ dei signori Godi Vicentini. Il suo altare evvi una piccola statua di pietra che rappresenta S. Sofia, e sotto di essa sta scolpita la seguente iscrizione: NIS / DEVOT.INTUITU / ARAM HANC / CORONA GODI ET FILY / UNANIMES POSUERE / MDCLXXXVII. Questa chiesa però è assai più antica della detta iscrizione; atteso che di essa trovai memoria nel codice B de’ feudi del 1236, 30 maggio, colle seguenti parole: Item unum sedimen in villa Custode…apud via ad Santac Sophiam…Nel libro F delle visite Vescovili si ha, che dal 1583 questa chiesa era della nob. Famiglia Zoga”. Lo stile dell’edificio, sostanzialmente in accordo con la data del 1236, è di tipo romanico nella sua rude e semplice struttura, tuttavia il coronamento di archetti ciechi ogivati indica una fase avanzata di tale stile. Dagli Zoga la chiesa passò in proprietà ai Godi: infatti la data 1687 dell’iscrizione scolpita sotto la statua di S. Sofia può essere collegata a quella della villa Godi-Miotto del 1666 ed infine alla ristrutturazione seicentesca della villa Godi-Basso. Si può dedurre che la costruzione e la dedica dell’altare concludano un momento di particolare fortuna di questa famiglia che nel corso del ‘600 succedette alla famiglia Zoga a Costozza, acquisendone le proprietà. La chiesetta fu attiva per tutto il Settecento; tuttavia nella visita pastorale del vescovo Peruzzi (1819-1825) non è più menzionata, il che significa che essa aveva cessato la sua funzione. Alla fine dell’Ottocento i Godi la vendettero ed essa fu adibita ad uso civile (osteria e casa d’abitazione). L’altare fu smembrato e la statua di S.Sofia fu collocata sotto un’ogiva dal lato che guarda la piazza mentre, in facciata, sotto il coronamento, è stato inserito un angoletto che doveva pur esso far parte dell’altare. Il Cappellaro nel suo libro Costozza nei tempi ricorda che: “ A nord del fabbricato, si ergeva snella una torre merlettata, che andò demolita, probabilmente, quando il fabbricato fu adibito ad osteria (dopo essere stato manomesso) nel secolo XIX”. Fin qui quello che sappiamo con certezza, ma al di là dell’aspetto architettonico quasi insignificante, quello che è più interessante è la sua storia, che per gran parte si intreccia con la storia antica del “pagus Custodiae” (il paese di Costozza come era denominato nel Medioevo). Lo Statuto della comunità di Costozza ci ha tramandato che ai piedi del colle sgorgava nel Medioevo una “fons calida” (fonte calda) che era così descritta: “fontana calda qui est a capite (in cima) ville Custoze eundo versus Lumignanum”. Si trattava di una sorgente termominerale solforosa annessa alla scaglia del monte. Probabilmente ai tempi dei veneti e dei romani questa fonte solforosa poteva essere oggetto di culto essendo ritenuta un dono divino. Il culto delle sorgenti termominerali aveva anche una ragione specifica in quanto le affezione reumatiche dovevano essere assai frequenti per un popolo che risiedeva in un territorio paludoso ed acquitrinoso. Il centro di culto poteva essere un’ara o un tempietto dislocato nell’area dei tre edifici sacri ora esistenti: la vecchia chiesa parrocchiale di S. Mauro, Santa Sofia e Sant’Antonio. Ora ai piedi del colle di Sant’Antonio sgorga solo una fonte d’acqua. Sorgono interrogativi sul fatto che la cappella fu evidentemente innalzata in un’area sacra pagana, se non proprio nel luogo stesso del tempio pagano, a qualche decina di metri dalle fonti. E qui sorge il dubbio, che nessuno potrà risolvere se non attraverso complesse e costose verifiche archeologiche degli strati profondi delle fondamenta, che la cappella sia stata fondata negli anni dell’amministrazione bizantina, cioè durante la guerra goto-bizantina (535-553). Bisogna sapere che dopo l’invasione degli Unni di Attila la porta orientale d’Italia era aperta, così la via Postumia condusse Teodorico ed i suoi Goti nel cuore del Veneto. Per fermare gli invasori si poteva contare solo sull’aiuto dei fiumi. Si può pensare che il complesso fluviale Astico-Retrone e le colline che si estendono a Nord ed a Sud di Vicenza siano state usate come linea di sbarramento militare. Una documentazione ci indica, attraverso denominazioni locali, un vallum, cioè un campo trincerato, che si estendeva da Costozza a Nanto. Negli atti infatti compare la voce vallada (o vallaa), da vallatum. Così, al tempo dei Bizantini, l’importanza della zona divenne primaria. Il generale greco Narsete, ottimo comandante, aveva fama anche di provvido costruttore di monumenti; si sa che a Vicenza sono emersi i resti di una basilica che pare proprio di concezione bizantina, mentre a Padova la chiesa di S.Sofia è stata costruita nel VI secolo sotto i bizantini, ed a Costantinopoli l’imperatore Giustiniano nello stesso tempo aveva fatto ricostruire la basilica di Santa Sofia, che era stata distrutta dai rivoltosi. Ebbene si può ammettere, pur con tutte le cautele del caso, che questa chiesetta sia stata fatta costruire da Narsete a edificazione morale e religiosa dei soldati bizantini impegnati nella difesa del vallatum berico. Santa Sofia si trovava a metà strada tra Vicenza e Barbarano, cioè in una posizione centrale dello schieramento, ai piedi del colle, in quella zona di acque sorgenti calde o tiepide di cui abbiamo parlato e presso la quali abbiamo supposto l’esistenza di un piccolo sacrario venetico o romano. Tutto questo rende comprensibile il titolo di Santa Sofia per una chiesetta rurale come questa e la sua posizione. Questa santa, come si sa, è particolarmente venerata dalla Chiesa ortodossa. Secondo la Passio (il cui manoscritto più antico, conservato a Londra, è in siriaco e risalirebbe al V secolo ed il cui originale greco potrebbe essere del IV secolo) Sofia era una illustre matrona del II secolo di origine italica, forse milanese, sposa di un senatore di nome Filandro e madre di tre figlie, a cui aveva dato il nome delle tre virtù teologali: Pistis, Elpis, Agape. Traducendo questi nomi di origine greca, la madre aveva nome Sapienza e le figlie Fede, Speranza e Carità. Sofia dopo la morte del marito, da lei convertito al cristianesimo, fece opere di beneficienza e svolse azioni di proselitismo a Roma dove viveva con la figlie di 12, 10 e 9 anni. Fu denunciata dal prefetto di Roma, Antioco, all’imperatore Adriano, perché con la sua predicazione aveva indotto alcune donne sposate a vivere castamente. Sperando di costringerla all’abiura, Adriano fece torturare e decapitare una dopo l’altra le figlie sotto gli occhi della madre, che le esortava a restare salde nella fede cristiana, nella speranza della vita eterna. Compiuto il martirio, i corpi delle figlie furono da lei sepolti al diciottesimo miglio sulla Via Aurelia, dove morì tre giorni dopo, mentre pregava e piangeva sulla loro tomba, nella quale fu anch’essa sepolta. L’anno del martirio fu il 122 d.C., durante il pontificato del papa Sisto I. Nel sagrato della chiesa di Santa Sofia, nella seconda metà del VII o inizio dell’VIII secolo, presero vita delle riunioni regolate da persone autorevoli, dove si prendevano decisioni riguardo alla manutenzione delle strade, l’uso dei pascoli comuni, l’osservanza delle consuetudini locali. Qui i fedeli convenivano per la messa festiva da tutto il territorio della pieve. La prima chiesa pievana fu dunque quella di Santa Sofia; era abbastanza ampia per quei tempi, situata in piano ed alla convergenza di vie provenienti da centri vicini. In epoca più tarda diventò proprietà vescovile e ciò indica una certa ufficialità della istituzione, anche se questo fatto non prova sia stata costruita o ricostruita dal vescovo. In conclusione null’altro sappiamo; per dirimere il dubbio della sua origine occorrerebbe qualche documento in più, invece l’atto più antico che la nomina è quello che risale al 1236, di cui abbiamo già detto, e che non ci fornisce alcun elemento indicativo. Neppure la figura della Santa presenta delle caratteristiche che possano spiegare le ragioni del culto in un ambiente rurale e primitivo, se non un certo eroismo che doveva impressionare i fedeli, perché è da escludere del tutto il caso che il culto potesse fare riferimento alla Sapienza divina, come il nome Sofia potrebbe suggerire.

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