Ventidotti

Ai piedi del colle Serraglio, nascosta da Villa Carli, vi è la grande grotta che funzionò come cava per l’estrazione della pietra nel periodo romano, da magazzino per le “biade” e il vino nel medio evo per essere sfruttata nel rinascimento per l’aria, per il vento che fuoriusciva dalla sua bocca energia incanalata e diffusa a distanza, per temperare le dimore creando un ingegnoso sistema di condizionamento pneumico unico nel suo genere.

Il movimento d’aria è dovuto alla corrente generata da numerose fessure delle pareti, e l’esterno. L’aria calda in quell’ambiente si raffredda, si inumidisce e si appesantisce creando un movimento verso il basso e verso la grande bocca di uscita.

Attenti e ingegnosi personaggi svilupparono situazioni naturali già preesistenti. Nel 1492 Giacomo Trento acquistò una casa congiunta alla vicina grotta attraverso un’apertura sotterranea, ancor oggi visibile. Il sistema spinge una grande quantità d’aria fresca verso il suo sbocco interno, sbarrato da una porta a sportelli apribili per regolarne il flusso. Venne chiamato “Covoletto“, ovvero piccola gotta, mentre l’ambiente di uscita “sala del fresco“, fu arricchito e impreziosito dal soffitto ornato a spicchi affrescati e i simboli zodiacali, un grande stemma dei Trento e una lapide ove l’autore si dice commosso di dover lasciare ai posteri una cosa straordinaria che sopravvivrà alla sua breve vita. Quindi l’artefice della prima conduttura (ventidotto o conduttura del vento) è stato Giacomo Trento Sr. sul finire del XV secolo.

La caratteristica di questo sistema pneumico è la possibilità di disporre del fresco a “proprio piacimento” per mezzo di paratie mobili di regolazione.

Nel 1537 Giovanni, figlio di Giacomo, volle incanalare il vento nella sua casa adiacente, come aveva visto da suo padre, ma Giacomo Antonio, un cugino del ramo padovano, si oppose in quanto l’antro, da cui fuoriusciva l’aria, era comune.

Il metodo per condurre il vento in questi sotterranei ormai era stato compreso e nel 1559 Francesco Trento potè disporre delle ricchezze del padre Girolamo e si igegnò di far costruire dei condotti completamente artificiali, ma molto più lunghi, costruendo una galleria facendo rivestire un fossato da un soffitto in cotto o pietra. Le dimensioni interne erano analoghe a quella originale dello zio Giacomo. Sarebbe stato in grado di incanalare l’aria fresca dall’interno della grotta fino al suo palazzo a una distanza molto maggiore, più che doppia rispetto al modello. Si pensò all’aria come a un fluido e al sistema romano di far scorrere l’acqua negli acquedotti, con la sorgente posta in alto per avere una spinta maggiore e scendere in basso.

L’opera ebbe successo e lungo il suo percorso Francesco Trento, provvide a fare due stazioni di sfruttamento, una ai limiti del suo giardino e una all’interno del suo palazzo in via di costruzione. Entrambe le bocche funzionavano e divenne così “il padrone del vento”. Personaggio di spicco, letterato, poeta e dottore in legge a Padova, divenne famoso per quest’opera di sofisticata ingegneria, tanto che Palladio stesso lo identifica come l’inventore. L’Eolia e la sua sala d’Apolline divennero il centro di riferimento per curiosi, medici, artisti e potenti dell’epoca, che accorsero numerosi.

L’opera di Francesco fu costosissima e venne dilapidato un ingente patrimonio, come sottolineato dal Palladio, che fu anche foriero delle difficoltà finanziarie che ricaddero sulla vedova Cornelia e sul duo diretto discendente, che non era all’altezza di ripristinare l’antico splendore e ne fu succube.

Nel 1561 il cugino di Francesco, Giacomo Trento Jr., non volle essere da meno e costruì una conduttura analoga, per portare il vento dalla grotta verso la propria casa, che era collocata ancor più distante; erano necessari un maggior lavoro e un maggior ingegno.

Nel costruire il loro percorso fianco a fianco (anche meno di un metro l’uno dall’altro) non vi fu alcuna collaborazione tra i due: sarebbe stato più semplice fare un prolungamento del primo ventidotto fino alla dimora del cugino. La possibile spiegazione induce a ritenere che il terreno soprastante apparteneva a una struttura comune, come la via Caldevigo di origine romana.

Il condotto di Giacomo Jr. è meno rifinito, ma è lungo quasi cinquecento metri. Parte da una posizione più bassa scalpellata a mano, senza abbellimenti estetici. Lungo il percorso si notano alcuni “interventi tecnici” al fine di migliorarne le prestazioni, che erano definite “scadenti” da chi aveva la possibilità di fare confronti.

All’inizio del seicento Camillo Trento chiese ad Antonio Francesco, l’erede di Giacomo Jr., di allacciarsi all’adiacente ventidotto, per attingere il fresco per una sua cantina posta nell’ala ovest di Villa Carli.

In conclusione si comprende come lo scavo dei canali e le congiunzioni varie fossero intimamente legati alle diverse proprietà, alle singole necessità e all’uso del tutto personale, unicamente collegati alla dimora di quella unità familiare e a quel ramo di discendenza ben preciso. Il loro decorso era vincolato dai confini delle loro terre e non procedeva lungo una linea retta, più breve e più razionale. Quindi ogni ventidotto è riconducibile al nome dell’autore e al proprietario, che aveva investito parte del proprio patrimonio per creare quell’opera.

Appare comunque stupefacente l’investimento di denaro, tempo e inventiva per la realizzazione di manufatti che non erano visibili e ammirabili dall’esterno e non potevano essere esibiti a magnificare lo stato di ricchezza dell’esecutore. La qualità architettonica, i pregi dell’opera e l’impegno delle maestranze competenti erano posti nel sottosuolo e non erano appariscenti, come i molti edifici sfarzosi che i nobili signori del tempo andavano costruendo nel territorio adiacente, anche se spesso rimanevano incompiuti per mancanza dei fondi necessari.

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